Si è svolto lunedì 2 maggio a Bologna un seminario organizzato da Legacoop Servizi, in collaborazione con Fondazione Scuola Nazionale Servizi, incentrato sulla “Green Economy e Circular Economy come nuova occasione di sviluppo delle imprese”. Grande attenzione per l’intervento di Edo Ronchi, ex ministro dell’Ambiente e oggi presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile, che ha recentemente presentato al Senato una serie di proposte per incentivare l’economia circolare.

“Economia verde, economia circolare.”
Detto in italiano non fa lo stesso effetto. Ma l’inglese, si sa, è la lingua del futuro, e allora se diciamo “green economy” e “circular economy” finiamo per percepire, inevitabile come ogni cambiamento epocale, tutta l’urgenza della questione. Come è giusto che sia, del resto, perché le sfide ambientali oggi sono tutt’altro che uno scherzo, o una cosa da prendere sottogamba.

Nuove prospettive e strategie
Già anni fa si parlava di rispetto ambientale come di un’opportunità per le imprese, ma ora ci siamo davvero, e dopo la Cop21 di Parigi, tenutasi lo scorso dicembre, finalmente molti impegni sono diventati concreti. Fatto sta che proprio all’insegna della “Green economy e circular economy come nuova occasione di sviluppo delle imprese” si è svolta il 2 maggio al Bologna un’intensa giornata di approfondimento, organizzata da Legacoop servizi in collaborazione con Scuola Nazionale Servizi e rivolta agli associati Legacoop e SNS. Sottotitolo: “Le nuove prospettive introdotte dal Collegato ambientale, i Criteri Ambientali Minimi nelle pubbliche forniture, il Green public procurement, le imprese verso una green strategy”.

L’intervento di Edo Ronchi
Il seminario, presentato da Giancarlo Varani di Legacoop Servizi, è iniziato con l’intervento dell’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, attuale Presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile, che ha spiegato i concetti fondamentali della Green Economy e della Circular Economy. Queste puntano su un modello circolare che riduce il prelievo di risorse, minimizza i rifiuti e massimizza il riciclo, promuovendo una crescita economica in grado di non superare le soglie ambientali critiche e di conservare il capitale naturale sul quale essa poggia, migliorando la qualità della vita. Notevole importanza è stata data alla valorizzazione della responsabilità sociale delle imprese: la green economy promuove infatti sia le imprese “core green” (che producono beni e servizi ambientali), sia le imprese “go green” (che adottano modelli green di gestione), potenzialmente in grado di promuovere anche nuova occupazione con nuove attività.

La “green economy” come risposta alla crisi economica e climatica internazionale
Proprio l’intervento di Ronchi ha suscitato notevole interesse: l’ex ministro, infatti, è partito dalla nascita dell’idea di “green economy” come risposta congiunta alle due gravissime crisi degli ultimi anni: quella economica internazionale, del 2008, e quella climatica. Proprio per questo l’Unep (United Nations Environment Programme) nel 2009 ha introdotto il concetto di green economy come “economia capace di produrre un benessere di migliore qualità e più equamente esteso, migliorando la qualità dell’ambiente e salvaguardando il capitale naturale”. Una definizione impegnativa, alla quale successivamente si è cercato di dare riscontro concreto all’interno dei singoli stati e delle singole comunità.

Green new deal
Un “green new deal”, insomma, un “nuovo corso verde”. E’ stato nel 2012, quindi appena 4 anni fa, che la Green economy coalition ha elaborato i principi guida della green economy, che non indicano solo obiettivi giusti e necessari, ma anche nuove occasioni e possibilità di sviluppo. Mantenendo sempre alta l’attenzione per le future generazioni, che erano già state ricordate nel 1987 dal famoso “rapporto Brundtland – Our common future” che introdusse il concetto di “sviluppo sostenibile”. Appunto: la green economy è l’economia di uno sviluppo durevole e sostenibile, perché punta a conservare il capitale naturale sul quale poggia. Tutto questo ha delle implicazioni che vanno ben al di là di quelle climatiche, ma sono anche economiche, sociali (diminuire le disparità sociali, aumentare l’occupazione e l’inclusione con un nuovo tipo di attività), esistenziali (il miglioramento della qualità della vita). E qui entra in gioco la “circular economy”, e arriviamo a tempi recentissimi: la green economy, infatti, punta su un modello circolare che riduce il prelievo di risorse minimizzando i rifiuti e massimizzando il riciclo, a fronte di una domanda mondiale in continua crescita (dal 1900 la popolazione mondiale è quadruplicata, e il consumo di materiali è aumentato di 10 volte e potrebbe ancora raddoppiare entro il 2030).

Il Pacchetto UE del 2 dicembre 2015
E così, nel luglio 2014, la Commissione UE ha promosso una Strategia per sviluppare l’economia circolare, e il 2 dicembre dello scorso anno un “Pacchetto di modifiche delle direttive sui rifiuti per rafforzare l’economia circolare”. Attraverso un maggior ricorso al riciclaggio e al riutilizzo, le azioni proposte costituiscono l’anello mancante nel ciclo di vita dei prodotti, a beneficio sia dell’ambiente che dell’economia. Si trarrà così il massimo valore e il massimo uso da materie prime, prodotti e rifiuti, promuovendo risparmi di energia e riducendo le emissioni di gas a effetto serra. Le proposte della Commissione riguardano l’intero ciclo di vita: dalla produzione e il consumo fino alla gestione dei rifiuti e al mercato per le materie prime secondarie. La transizione sarà finanziata dai fondi SIE, da 650 milioni di euro provenienti da “Horizon 2020” (il programma di finanziamento dell’UE per la ricerca e l’innovazione) e da 5,5 miliardi provenienti dai fondi strutturali per la gestione dei rifiuti, e mediante investimenti nell’economia circolare a livello nazionale. Il pacchetto sull’economia circolare, superando i compartimenti stagni in seno alla Commissione, contribuisce a priorità politiche di ampio respiro affrontando le problematiche dei cambiamenti climatici e ambientali e stimolando la creazione di posti di lavoro, la crescita economica, gli investimenti e l’equità sociale.

Le proposte di Ronchi in Senato
In questo scenario (e qui entriamo nel vivo della relazione di Ronchi) si inseriscono le osservazioni di Ronchi sul pacchetto della Commissione UE nel corso di una audizione alla Commissione Ambiente del Senato, e riprese durante il convegno di Bologna. Tra le osservazioni sul pacchetto economia circolare (una Comunicazione e quattro proposte per la revisione di direttive già in vigore) contenute nel documento depositato da Ronchi in Commissione, ci sono in particolare la mancata citazione di strumenti economici puntuali per incentivare la circular economy come il Green Public Procurement (GPP) o le agevolazioni fiscali e, in generale, la mancanza di strumenti europei attuativi dell’ economia circolare; la proposta di anticipare al 2025, invece che al 2030, il target del 10% dei rifiuti in discarica; la necessità di un sistema di consorzi efficienti su tutto il territorio nazionale e di una raccolta differenziata di qualità per centrare i nuovi obiettivi impegnativi di riutilizzo e riciclo fissati per il 2030. A tale proposito, la Commissione Ambiente del Senato ha avviato una serie di consultazioni sul pacchetto economia circolare ai fini dell’elaborazione del parere da trasmettere alla Commissione europea nel quadro del dialogo politico. Insomma, per Ronchi le modifiche previste dall’Europa non sono ancora sufficienti a garantire una decisa svolta verso la “greeen economy”. Occorre fare ancora di più…

Le opportunità del “collegato ambientale”
Ronchi è poi passato ad esaminare alcune novità per la circular economy dal Collegato ambientale (221/2015 – Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy), tra cui: accordi di programma e incentivi, punteggi premianti in alcune gare d’appalto; misure per incrementare la raccolta differenziata; sperimentazione della restituzione degli imballaggi per acqua minerale e birra; misure per la prevenzione; riduzione dei rifiuti biodegradabili in discarica. Per quanto concerne la premialità nelle gare d’appalto, le amministrazioni pubbliche, nelle gare d’appalto per l’incremento dell’efficienza energetica delle scuole e comunque per la loro ristrutturazione o costruzione, per la realizzazione di pavimentazioni stradali e barriere acustiche, devono prevedere punteggi premianti per i prodotti contenenti materiali post consumo o derivanti dal recupero degli scarti e dei materiali rivenienti dal disassemblaggio dei prodotti complessi.

La valenza politica del “Collegato ambientale”
È stato poi il turno di Alessandro Bratti, Presidente Commissione Parlamentare Ciclo Dei Rifiuti e Componente Della Commissione Ambiente, Territorio, Lavori Pubblici della Camera, che ha esposto la valenza politica del Collegato ambientale e gli effetti che questa intende produrre. Ha spiegato il quadro per il clima e l’energia 2030, che fissa tre obiettivi principali da conseguire entro l’anno indicato: una riduzione almeno del 40% delle emissioni di gas a effetto serra (rispetto ai livelli del 1990) una quota almeno del 27% di energia rinnovabile, un miglioramento almeno del 27% dell’efficienza energetica. Molta importanza è stata data alle nuove disposizioni concernenti gli acquisti, il Green Public Procurement e l’applicazione “dei criteri ambientali minimi” (CAM).

Il punto di vista delle Regioni
La prima parte del seminario si è conclusa con l’intervento di Giuseppe Bortone, Direttore ARPA Emilia Romagna, che ha spiegato l’applicazione dei CAM a livello locale e il Collegato ambientale visto dalle Regioni. Ne emerge la necessità di agire da subito per realizzare gli obiettivi proposti per il 2030: l’accelerazione della transizione verso un’economia circolare e lo sfruttamento delle opportunità commerciali e occupazionali che offre, grazie a un corredo di strumenti per favorire l’offerta e la domanda di produzione e prodotti green.

Le iniziative del Ministero
Dopo la pausa pranzo, il seminario è ripartito con Riccardo Rifici, responsabile GPP e certificazioni del Ministero dell’Ambiente, che ha sottolineato l’importanza del Piano d’azione per la sostenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione (PAN GPP), che prevede che siano adottati i Criteri ambientali minimi (CAM) per le diverse categorie di appalto. Nell’occasione è stato distribuito l’opuscolo “Il Green public procurement: uno strumento strategico per il rilancio di un’economia sostenibile”, a cura di Riccardo Rifici, Maria Teresa Del Vecchio, Alessandra Mascioli, Sergio Saporetti e Rosalba Montani della Direzione generale per il clima e l’energia del Ministero dell’Ambiente, e prefazione del titolare del dicastero Gian Luca Galletti. Il libretto, 26 pagine stampate rigorosamente su carta Ecolabel UE, offre uno sguardo di sintesi, snello ma completo, sul Piano d’Azione Nazionale sugli Acquisti Verdi (Pan Gpp), e sui Criteri ambientali minimi attualmente adottati.

Il dibattito conclusivo
Successivamente, a riprova della volontà di mettere diverse tipologie di stakeholder a confronto, è intervenuta Lidia Capparelli, Direzione programma realizzazione acquisti PA di Consip, che ha descritto efficacemente il ruolo delle centrali di committenza nel dare attuazione agli acquisti verdi, l’evoluzione dell’offerta vista da chi acquista e l’evoluzione del concetto di “fornitura” alla pubblica amministrazione, mostrando l’importanza data da Consip agli acquisti verdi e spiegando il ruolo del costo del ciclo di vita nelle gare. Edo Ronchi è stato poi facilitatore del dibattito in cui i relatori hanno risposto alle domande dei partecipanti e approfondito i temi trattati. Il seminario è stato chiuso con l’intervento di sintesi di Fabrizio Bolzoni, presidente di Legacoop Servizi.

Nello specifico…
Fra le osservazioni di Ronchi, molto importanti quelle in cui si propongono modifiche della Direttiva Quadro 2008/98, in particolare sulle definizioni (rifiuti urbani, preparazione per il riutilizzo, processo finale di riciclo) sottoprodotti, cessazione della qualifica di rifiuto, responsabilità estesa del produttore, ecc. Altri punti discussi nel dibattito sono stati quelli della prevenzione dei rifiuti (in particolare si segnala la necessità che gli stati membri adottino misure per incoraggiare l’uso efficiente, durevole, riparabile e riciclabile delle risorse, favoriscano sistemi di riutilizzo, riducano i rifiuti di produzione). Rivedere gli obiettivi, rafforzare gli incentivi Secondo Ronchi, l’iniziativa UE in fatto di incentivi e di prevenzione resta ancora troppo debole, così come troppo morbidi alcuni obiettivi: “Confermato al 70% al 2020 il recupero, compreso il riempimento, dei rifiuti inerti. Confermato il 50% al 2020 e aumentato al 60% di preparazione per il riutilizzo e per il riciclo dei rifiuti urbani in peso al 2025 e al 65% al 2030. L’Italia è al 40.4% (con RD al 45,2%) nel 2014 e in traiettoria verso il 50% al 2020 (+1,6%all’anno); dovrebbe aumentare al +2% all’anno fra il 2020 e il 2025” E ancora: “Col testo vigente gli Stati incoraggiavano, con la modifica dovrebbero garantire la raccolta separata dei rifiuti organici ma «ove tecnicamente, ambientalmente ed economicamente fattibile e appropriato». Lo stesso dicasi per le raccolte differenziate (art.11).” Gli obiettivi raggiunti e quelli ancora da raggiungere (o da modificare) Gli obiettivi al 2025 per la carta, alluminio, metalli e legno sono già stati raggiunti (con un peso modesto del riutilizzo), quelli per il vetro sono quasi raggiunti. L’unico obiettivo distante al 2025 è quello per la plastica (38% attuale, rispetto al 55%). Se non cambiano gli imballaggi in plastica ( con un riduzione di quelli complessi,con plastiche miste,difficili da riciclare) l’obiettivo di riciclo al 55% è difficile. Quelli al 2030 sono più impegnativi: la loro fattibilità dipende da un sistema di consorzi efficiente e dallo sviluppo sull’intero territorio nazionale, comprese le aree attualmente ancora arretrate, di livelli avanzati di RD di buona qualità, con bassi scarti. La Direttiva 1999/31 Ronchi è poi passato a parlare della Direttiva 1999/31, sulle discariche, e in particolare dell’art. 5 sui “Rifiuti non ammissibili in discarica”: “Entro il 2030 il volume dei rifiuti urbani in discarica deve essere ridotto al 10% dell’ammontare totale di rifiuti urbani prodotti. In Europa 6 Paesi (Germania, Svezia, Belgio, Olanda, Danimarca e Austria) sono già sotto il 5%, l’Italia era a circa il 31% nel 2014. Il 2030 è lontano, il 10% in discarica è una quantità significativa: potrebbe essere anticipato al 2025 e si potrebbe limitare fortemente la quota di rifiuti biodegradabili smaltibili in discarica.”

http://www.fondazionesvilupposostenibile.org/rifiuti-circular-economy/

Link pacchetto UE 2 dicembre 2015